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Stress da Coronavirus: come conciliare lavoro e vita privata

Quali sono le angosce legate al Covid-19? Come abituarsi a convivere con il virus? Come evitare che la vita professionale prenda il sopravvento sulla vita privata? Leggi la mia intervista all’esperto.

Il Coronavirus ci ha portato a riorganizzare il nostro tempo, a cambiare le nostre abitudini, a lavorare a distanza. Molti italiani sono stati costretti ad adattarsi ben presto ai mutamenti delle diverse realtà aziendali e a svolgere le proprie mansioni in smart working.

Il lavoro a distanza ormai è diventato un diritto per i dipendenti del settore privato che hanno figli under 14. Il decreto Rilancio (prima chiamato decreto aprile, poi diventato di maggio) prevede che questi lavoratori potranno pretendere l’accesso allo smart working, ovviamente laddove le attività lavorative siano compatibili con il lavoro agile, senza gli accordi individuali previsti dalla legge (per maggiori informazioni leggi Smart working: chi ne avrà diritto).

Molti professionisti non abituati a questa modalità lavorativa, si sono ritrovati a dover gestire, con alcune difficoltà, lavoro a distanza e vita privata. Oltre alle inevitabili difficoltà organizzative, questa pandemia ha influito anche sull’equilibrio psicologico di numerosi lavoratori. Dunque, una domanda sorge spontanea: come si manifesta lo stress lavoro correlato ai tempi del Coronavirus? Per scoprirlo, prosegui nella lettura del mio articolo.

Per maggiori informazioni sulle angosce e sui traumi che stanno travolgendo gli italiani, su come organizzarsi al meglio per lavorare a distanza, abbiamo intervistato il dr. Maurizio Cottone specialista in psicoterapia psicoanalitica.

Quando si parla di evento traumatico?

Solitamente, ciò che definisce un evento come traumatico è il cambiamento improvviso della percezione del mondo, la rottura dello schema precedente, conosciuto e costruito dai soggetti, nel corso di una vita. Pensiamo al terrorismo, e come questo evento abbia modificato la nostra vita sociale.

Ogni trauma – individuale o collettivo – ci mette in una posizione di impotenza, ci accorgiamo che le nostre risorse, i nostri mezzi per trattare l’evento traumatico si rivelano insufficienti. Siamo una generazione che non ha mai conosciuto una situazione traumatica di questo tipo, dalle dimensioni non solo nazionali, ma mondiali.

Quali sono le angosce legate al Coronavirus?

In questo trauma collettivo dei nostri giorni, si possono individuare tre forme di angoscia:

  • l’angoscia persecutoria, una angoscia del contagio, più presente nei primi giorni del “lockdown”, ma che rimarrà sullo sfondo anche nei mesi a venire, anche quando la situazione, come tutti speriamo, tenderà a normalizzarsi;
  • l’angoscia di perdita, intesa non solo come evento luttuoso, che purtroppo ha colpito alcuni cittadini, ma perdita collettiva del passato così com’era concepito e vissuto prima del Covid-19;
  • l’angoscia per il cambiamento, per un futuro che non sarà più come quello che conoscevamo, e che neppure sappiamo come sarà. Il vivere giorno per giorno per l’essere umano, così abituato a mantenere le proprie abitudini, e le proprie certezze, crea già angoscia adesso.

Dovremo abituarci a convivere con il Covid-19?

Dovremo rivedere di molto la fantasia che tutto tornerà come prima, che potremo uscire e tornare a svolgere, esattamente, quella che svolgevamo prima. Il Covid-19 non sparirà, dovremmo solo abituarci a convivere con lui, dovremo abituarci ad integrare, se necessario anche attraverso percorsi analitici, più nostri aspetti stati da sempre, tranquillamente e comodamente, scissi in noi.

Dovremo creare quella che Christopher Bollas, noto psicoanalista inglese, chiama “la mente democratica”. Dovremo sforzarci ad integrare, non più separare, il bene dal male, la purezza dal peccato, lo straniero da noi, noi stessi già stranieri nella scena “apocalittica”.

Il Coronavirus ha generato non solo un trauma collettivo, ma anche individuale. Dico bene?

Esatto. Oltre ad un trauma collettivo, ciascuno di noi sta vivendo un trauma individuale. Alcuni sfortunati cittadini hanno visto morire i loro cari, senza neppure potere dare loro l’estremo saluto, vivendo così un “doppio trauma individuale”.

Ma tutti quanti abbiamo vissuto, e stiamo vivendo, il trauma legato alla perdita (lavoratori a contratto determinato), alla sospensione (bar, ristoranti, palestre, parrucchieri ecc..), o alla drastica riduzione del lavoro.

Una crisi economica senza precedenti, i cui risultati drammatici si vedranno addirittura più avanti nel tempo. L’emergenza sanitaria che ha fatto irruzione nella nostra vita e una economia in caduta da mesi hanno acceso una spia rossa, e confermato la divaricazione forte del nostro mercato del lavoro.

Quanto ha inciso lo smart working nella vita aziendale?

Chi in questi giorni sparge ottimismo su uno degli effetti collaterali di questa indecifrabile crisi – “avremo almeno scoperto l’utilità del lavoro agile” – finge di ignorare una variabile essenziale della dimensione smart: la libera scelta, condizione per un’autentica flessibilità, oltre al grado di maturità culturale dell’azienda.

Lo smart working è flessibilità allo stato massimo, perché è tarato su un doppio set di esigenze da incastrare, quelle dell’azienda e quelle del lavoratore. Si fonda su un paradigma opposto a quello del “decido e controllo”, cioè al “delego e responsabilizzo”.

Necessita di un clima di fiducia che guarda ai risultati e lascia libertà sulle modalità: guarda al traguardo. Presuppone insomma un assetto culturale che contamina la tradizione del lavoro dipendente con elementi organizzativi che appartengono da sempre all’universo delle libere professioni, per antonomasia fondate sull’autodeterminazione.

La questione è: quante aziende sono oggi in Italia in grado di compiere questo passo lungo? Di sicuro, questi giorni avranno permesso uno straordinario stress test di cultura aziendale anche alla nostra organizzazione. Quel che viviamo oggi è un gigantesco stato di necessità, una inevitabile e sofferta deportazione lavorativa entro le mura domestiche.

Cosa è cambiato con lo smart working?

La formazione continua potrebbe diventare la vera protezione; è fondamentale, così come lo psicologo in azienda. Sembrava semplice: “tu scrivimi quando vuoi, io ti risponderò quando sto lavorando”. Le cose non sono andate così: complice anche l’effetto psicologico che le notifiche hanno su di noi, ci siamo ritrovati a ricevere mail e comunicazioni di lavoro a qualunque ora del giorno e della notte (e anche durante i weekend) e a sentirci obbligati a rispondere immediatamente. Basterebbe non rispondere. Facile a dirsi, più difficile quando gli strumenti pensati per le comunicazioni private (Whatsapp e Messenger, per fare solo due esempi) sono stati invasi anche dalle comunicazioni di lavoro (che dovrebbero essere riservate alla email e agli altri strumenti appositi). Come faccio a non rispondere al mio capo se ha visto che ero attivo su Whatsapp?

Quindi, il confine tra vita professionale e vita privata rischia di scomparire?

Quello che doveva essere un lavoro svolto solo quando volevamo è diventato un lavoro che ci insegue sempre, abbattendo quella cruciale (per la nostra salute mentale e fisica) barriera tra vita privata e vita professionale.

Essere sempre raggiungibili e disponibili per il datore di lavoro può accentuare il conflitto tra il lavoro e la famiglia o comunque la propria sfera personale, perché il confine tra lavoro e vita privata tende a scomparire. Questo mescolamento tra vita professionale e vita privata rischia di pervadere una gran parte della società, se davvero una percentuale sempre più alta di lavoratori inizierà a svolgere la propria professione in remoto.

La legge italiana sulla materia è ancora molto vaga, ma nel complesso si capisce anche solo intuitivamente quale sia il caposaldo delle norme che stanno iniziando a diffondersi in Europa: il diritto a spegnere il telefono dedicato alle cose di lavoro (che sarebbe meglio avere) e a non rispondere a mail, messaggi e telefonate da parte di capi e colleghi al di fuori dell’orario “d’ufficio” (che va quindi determinato con precisione, al di fuori di una logica smart), senza dover per questo subire contraccolpi lavorativi.

Quali sono le conseguenze a cui può andare incontro un lavoratore sotto stress?

I casi di stress lavoro correlato che hanno portato ad una sofferenza psichica il lavoratore fino a farlo ammalare. Anche in questo momento particolare possiamo verificare “il nesso di causa” tra fenomeni di straining o burnout e danno psichico, per eventuale richiesta di risarcimento al Tribunale del Lavoro.

Questi fenomeni di stress lavorativo possono causa danni psichici permanenti sul lavoratore. I più frequenti appaiono essere il Disturbo dell’Adattamento, se non la Sindrome Post Traumatica da Stress

Ad esempio, è aumentata la percentuale di danni psicologici di cui soffre il personale medico e infermieristico: il 34% sviluppa stress post traumatico dovuto al lavoro frenetico e traumatico, nel vedere morire sotto i propri occhi tante persone, nel dovere impedire ai parenti di queste vittime di avvicinarle, neppure quando cadaveri. E’ comprensibile come questa situazione non possa che generare traumi molto profondi nel personale medico e paramedico, traumi che hanno portato al suicidio del primario del pronto soccorso di uno dei principali di New York.

Cos’è il disturbo dell’adattamento?

Il disagio si manifesta infatti con una riduzione delle capacità sociali con umore depresso, facile irritabilità, insonnia, aumentati livelli d’ansia e riduzione delle capacità sociali con ritiro sociale. Se si mantiene per almeno 6 mesi abbiamo cronicità del disturbo.

Consigli sullo smart working?

Può aiutare a svolgere al meglio lo smart working: continuare a vestirci come se dovessimo andare in ufficio, al lavoro. Per avere una maggiore performance e sicurezza dobbiamo sentirci bene, e per quanto sia strano, anche se stiamo in casa è necessario vestirci in modo adeguato e professionale.

E’ altresì importante mantenere le abitudini come, ad esempio, svegliarci nel nostro orario, mantenere gli orari delle pause, pranzare esattamente come se fossimo sul posto di lavoro. Sicuramente un po’ di flessibilità e di comodità servono per rilassarci ma con giusta moderazione e controllo.

Possiamo dire che non fanno bene allo smart working: la mancanza di scelta, di condivisione sugli obiettivi, di consonanza culturale tra le parti, di metriche di valutazioni comuni, di governance dei processi.

FONTE: https://bit.ly/3coIL5l

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