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I tempi per fare una causa di lavoro

I tempi per fare una causa di lavoro

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Dalla conciliazione al ricorso in Cassazione passando dall’impugnazione del licenziamento, il doppio primo grado e l’appello: quanto ci vuole e che cosa fare.

Lo chiamano «processo breve» e, visti i tempi della giustizia, forse la denominazione è giusta. Anche perché, dopo la riforma Fornero [1] e la successiva entrata in vigore del Jobs Act [2] i tempi per fare una causa di lavoro – per quanto migliorabili – si sono accorciati. Certo, quando si vuole impugnare un licenziamento sul quale la giusta causa è tutta da discutere, la sentenza finale non arriva nell’arco di qualche giorno o di qualche mese. Ma, di norma, la controversia si risolve in tempi ragionevoli. L’importante è che il lavoratore abbia ben chiaro quali sono i tempi per fare una causa di lavoro, cioè per rivolgersi ad un avvocato e presentare l’impugnazione o i successivi ricorsi nei termini prestabiliti e non rischiare che ogni tentativo sia nullo.

I tempi per fare una causa di lavoro non cambiano a seconda del tipo di rapporto di lavoro che si ha (o che si aveva) con l’azienda che si intende trascinare in Tribunale: che si tratti di un rapporto subordinato, di collaborazione o a partita Iva (in questi ultimi due casi il giudice dovrà verificare se c’erano i presupposti per un contratto di tipo subordinato), la riforma Fornero traccia il percorso che ora vediamo insieme: un tentativo di conciliazione (facoltativo oppure obbligatorio a seconda dei casi che vedremo in seguito), una fase stragiudiziale, una sorta di «doppio primo grado» davanti a un giudice, il ricorso in appello e l’ultima fase di fronte alla Corte di Cassazione.

Causa di lavoro: i tempi per la conciliazione 

Prima di arrivare davanti ad un giudice, c’è una fase preliminare che prevede un tentativo di conciliazione. Un passaggio che può essere facoltativo, preventivo oppure a tutele crescenti, a seconda di quando è stato firmato il contratto e, quindi, di quale legislazione interviene in merito.

I tempi per la conciliazione facoltativa

La conciliazione facoltativa davanti alla Direzione territoriale del lavoro (Dtl) è stata introdotta nel 2010 [3] e concede all’azienda o al dipendente – se lo vogliono – di tentare un accordo per evitare la causa di lavoro davanti al giudice in questi casi:

  • impugnazione del licenziamento;
  • pretesa retributiva;
  • costituzione del rapporto di lavoro;
  • violazione del dovere di fedeltà;
  • risarcimento danni;
  • violazione del patto di non concorrenza o degli obblighi di sicurezza e igiene sul lavoro;
  • modalità illegittime di attuazione del diritto di sciopero.

Le parti dovranno presentare nella domanda alla Commissione della Dtl:

  • le proprie generalità;
  • il luogo della conciliazione e delle comunicazioni;
  • l’esposizione dei fatti;
  • le proprie ragioni.

Se i dati sono corretti, entro 20 giorni dalla richiesta (o dalla data in cui è stata ricevuta la convocazione) la controparte può depositare le proprie memorie difensive. Nei successivi 10 giorni, la Dtl deve convocare le parti. L’udienza si deve tenere entro 30 giorni dalla convocazione.

I tempi della conciliazione preventiva

La conciliazione preventiva è stata introdotta dalla riforma Fornero [1] e riguarda le controversie tra un lavoratore ed un’azienda con più di 15 dipendenti in una singola unità produttiva o nello stesso Comune oppure più di 60 dipendenti a livello nazionale. L’azienda in questione, se vuole procedere al licenziamento di un lavoratore, deve avviare una procedura di conciliazione, sempre davanti alla Direzione territoriale del lavoro, per esaminare insieme i motivi del licenziamento e tentare di raggiungere un accordo. Se questa procedura non viene rispettata, il licenziamento verrà dichiarato illegittimo.

Il datore di lavoro deve comunicare alla Dtl e al dipendente l’intenzione di procedere al licenziamento e la Direzione territoriale ha 7 giorni di tempo dalla ricezione della richiesta per convocare le parti per tentare un accordo (in caso contrario, l’azienda può licenziare il lavoratore). La procedura deve concludersi entro 20 giorni dalla convocazione.

I tempi della conciliazione a tutele crescenti

La conciliazione a tutele crescenti è stata introdotta dal Jobs Act. Viene applicata ai contenziosi che coinvolgono i lavoratori subordinati assunti dopo il 7 marzo 2015 sia a tempo indeterminato, sia con contratto di apprendistato oppure il cui contratto sia stato trasformato da tempo parziale a tempo indeterminato.

A differenza di quelle precedenti, la conciliazione a tutele crescenti non coinvolge la Commissione della Direzione territoriale del lavoro. In pratica, quando l’azienda vuole licenziare uno di questi dipendenti può fare entro 60 giorni un’offerta al dipendente che consiste in una mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del Tfr per ogni anno di servizio, da un minimo di 2 mensilità ad un massimo di 18. Questo importo non costituisce reddito imponibile e non è assoggettato alla contribuzione previdenziale. Se il dipendente non accetta quest’offerta, può essere licenziato e può, comunque, fare causa. Qualunque sia l’esito del tentativo di conciliazione, il datore di lavoro è obbligato a dare comunicazione tramite la procedura «Unilav – Conciliazione» nella sezione «adempimenti» del portale Cliclavoro.

I tempi per impugnare il licenziamento

L’ultimo passaggio della fase stragiudiziale, andato a vuoto ogni tentativo di conciliazione, è l’impugnazione del licenziamento. Va fatta per iscritto (lettera raccomandata a/r, o a mano, telegramma) entro 60 giorni dalla comunicazione di cessazione del rapporto di lavoro. Trascorsi questi 60 giorni, non sarà più possibile impugnare il licenziamento e fare una causa di lavoro.

E’ lo stesso lavoratore – o il suo avvocato di fiducia – a dover fare l’impugnazione del licenziamento. Se l’ex dipendente si appoggia ad un legale, deve comunque sottoscriverla.

Passo successivo: la domanda al giudice per chiedere il reintegro nel posto di lavoro oppure un indennizzo alternativo.

I tempi della prima fase della causa di lavoro

Il termine per agire davanti al giudice in una causa di lavoro è di 180 giorni, trascorsi i quali non sarà più possibile andare in giudizio [4]. Il ricorso deve essere depositato davanti ad un giudice del Tribunale del Lavoro competente per territorio, avendo come riferimento la sede dell’azienda da cui si è stati licenziati e non il luogo di residenza del lavoratore (se vivo in provincia di Como ma sono stato licenziato da un’azienda milanese, il Tribunale del Lavoro competente sarà quello di Milano).

Le richieste del lavoratore devono attenersi alle motivazioni allegate all’impugnazione del licenziamento. Quelle non strettamente collegate alla causa non saranno ritenute valide.

Ad esempio: se sono stato licenziato perché si ritiene che il mio posto di lavoro non ci sia più ed io ritengo di dimostrare il contrario, dovrò limitarmi a questo aspetto. Ogni altra richiesta (stipendi non pagati, rimborsi non riconosciuti) dovrà essere fatta in un procedimento separato.

Depositato il ricorso, il giudice deve fissare la prima udienza entro 40 giorni. Il lavoratore deve comunicare al datore di lavoro il ricorso ed il decreto di fissazione di udienza almeno 25 giorni prima dell’udienza stessa.

L’azienda deve costituirsi almeno 5 giorni prima dell’udienza, depositando il controricorso in cui tenta di provare i giusti motivi del licenziamento. Anche il datore di lavoro sarà tenuto a limitarsi ai motivi della cessazione del rapporto esposti nella lettera di licenziamento, senza pretendere altre questioni.

Nella prima udienza, il giudice ascolta le parti e decide se sia il caso di convocarle di nuovo, ad esempio per un ulteriore tentativo di conciliazione oppure per ascoltare dei testimoni o per la discussione finale degli avvocati. Alla fine di questa prima fase, e nell’arco di pochi giorni dall’ultima udienza, il magistrato emette un’ordinanza con cui rigetta o accoglie la domanda, ordinanza che diventa immediatamente esecutiva.  

 

I tempi dell’opposizione all’ordinanza del giudice

La parte «soccombente», cioè quella che ha perso nella prima fase della causa di lavoro, può opporsi all’ordinanza del giudice depositando ricorso entro e non oltre 30 giorni dalla data in cui ha ricevuto la notifica. 

Il ricorso va presentato davanti allo stesso Tribunale che ha seguito la prima fase della causa e non può contenere fatti diversi da quelli esposti fino a quel momento. Altro discorso è che vengano spiegati in modo diverso. Ma il ricorrente dovrà, anche qui, attenersi alle motivazioni (o alle contestazioni) relative al licenziamento.

Depositato il ricorso, il giudice fissa l’udienza nei 60 giorni successivi. Ricorso e data dell’udienza vanno comunicati alla controparte almeno 30 giorni prima di comparire davanti al giudice. Dal canto suo, la controparte deve depositare il controricorso almeno 10 giorni prima dell’udienza.

Durante la prima udienza, il giudice sente le parti e può assegnare un termine (10 giorni) per il deposito delle conclusioni.

Questa fase di opposizione si conclude con una sentenza che viene depositata in cancelleria entro 10 giorni dalla data di discussione.

La sentenza è provvisoriamente esecutiva.

I tempi del ricorso in appello 

Il reclamo per contestare la sentenza sul ricorso in opposizione si presenta davanti alla Corte d’appello entro 30 giorni dalla data in cui è stata notificata o comunicata la decisione del giudice. E’ vietato presentare nuovi mezzi di prova.

La Corte d’appello fissa l’udienza entro i 60 giorni successivi alla presentazione del ricorso. I termini di notifica alla controparte (30 giorni prima dell’udienza) e per il deposito del controricorso (10 giorni prima) sono uguali a quelli della fase di opposizione.

Durante la prima udienza, la Corte può decidere di sospendere la sentenza precedente per gravi motivi. Quindi, ascolta le parti e le assegna un termine (fino a 10 giorni prima dell’udienza) per depositare le note difensive. Altrimenti, entro 10 giorni dopo l’udienza, decide se accogliere o rigettare il ricorso e deposita la sentenza e le motivazioni.

I tempi del ricorso in Cassazione 

E’ possibile impugnare la sentenza della Corte d’Appello depositando un ricorso in Corte di Cassazione entro 60 giorni dalla data di comunicazione o di notifica.

La Cassazione deve fissare l’udienza di discussione non oltre il termine massimo di 6 mesi dalla proposizione del ricorso. La decisione della Suprema Corte sarà quella definitiva.

[1] Legge n. 92/2012.

[2] Legge n. 183/2014.

[3] Dlgs. n. 183/2010.

[4] Art. 2934 cod. civ.

FONTE: http://bit.ly/2o5mN25

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