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Licenziamento disciplinare: il giudice deve risolvere le doglianze in modo giuridicamente corretto

Licenziamento disciplinare: il giudice deve risolvere le doglianze in modo giuridicamente corretto

Licenziamento disciplinare: il giudice deve risolvere le doglianze in modo giuridicamente corretto

Il giudice di merito deve prendere in esame la questione oggetto di doglianza e deve risolverla in modo giuridicamente corretto

In tema di licenziamento disciplinare, il giudice di merito deve prendere in esame la questione oggetto di doglianza e deve risolverla in modo giuridicamente corretto. Laddove i motivi non giustificano adeguatamente la decisione al riguardo resa, la sentenza merita di essere annullata per vizio di motivazione. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 2328 del 5 febbraio 2016.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello di Ancona, confermando la decisione di prime cure, ha rigettato il ricorso proposto da un operaio avverso il licenziamento disciplinare intimatogli dal datore di lavoro.
In particolare, il lavoratore era stato sorpreso addormentato sul posto di lavoro (con macchinario da monitorare) nonché renitente, sebbene recidivo, ad adeguarsi ai richiami ed agli ordini del suo superiore gerarchico, licenziamento ritenuto legittimo dal giudice di prime cure.
Circa la doglianza in ordine alla tardività del recesso la Corte ha osservato che il termine di dieci giorni fissati dal CCNL era stato rispettato in quanto la lettera di recesso era stata timbrata il 2 agosto a fronte delle giustificazioni che erano pervenute il 23 luglio; in ogni caso la norma contrattuale si riferiva solo alla sanzioni non espulsive. La contestazione doveva ritenersi provata alla luce delle dichiarazioni rese da un teste circa il secondo episodio che aveva riferito di aver trovato il lavoratore seduto su di uno sgabello a circa 7/8 metri dalla macchina avvolgitrice e di aver sentito la reazione offensiva del lavoratore al rimprovero verbale del direttore. Tale dichiarazione riscontrava la deposizione del direttore circa il primo episodio che aveva trovato la mattina il lavoratore a dormire su una sedia senza operare alcun controllo sul macchinario. La sanzione irrogata era legittima anche alla luce dell’art. 53 del CCNL considerata la reiterazione dell’abbandono nella stessa giornata da parte di un lavoratore già recidivo per infrazioni plurime, anche alla luce della giurisprudenza di legittimità.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il lavoratore, in particolare dolendosi per il fatto che egli si trovava solo a tre metri dalla macchina sia nel primo che nel secondo episodio ed aveva risposto educatamente alle contestazioni del direttore come confermato da numerosi testi; era una prassi consentita quella di sedersi a breve distanza dalla macchina anche per la temperatura e non era stato procurato alcun danno all’azienda.
La ricostruzione degli episodi fatta in sentenza non corrispondeva al reale andamento dei fatti.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dal lavoratore. Invero, ad avviso degli Ermellini la sentenza impugnata non aveva offerto una ricostruzione organica e puntuale dei due episodi contestati. La sentenza parlava infatti di “precise, coerenti e concordanti deposizione dei testimoni”, ma di tali dichiarazioni erano state riportate poche frasi di un teste che avrebbero costruito – secondo la Corte – un riscontro logico alla deposizione del direttore, le cui dichiarazioni non erano neppure sintetizzate. Emergeva invece che furono sentiti numerosi altri testi la cui versione non era stata menzionata così come non era stata neppure esaminata la tesi del lavoratore per cui per prassi veniva tollerato che il lavoratore sedesse a breve distanza dalla macchina per la temperatura elevata e che una breve distanza non faceva perdere il controllo sul macchinario. Questa carenza motivazionale e ricostruttiva era peraltro replicata in ordine alla gravità del fatto in relazione al quale, a parte la citazione di massime della Corte di Cassazione, si richiamava la disposizione dell’art. 55 CCNL che si riferiva però all’”abbandono del posto di lavoro”, circostanza che non sembrava essersi verificata né nel primo che nel secondo episodio.

Ne consegue l’accoglimento del ricorso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 2328/2016

FONTE: http://bit.ly/1Pnm697
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