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Domestica pagata a ore e non messa in regola: quali rischi?

Il rapporto di lavoro con la donna delle pulizie, benché non formalizzato, può essere dimostrato anche con i testimoni e il datore può essere condannato a pagare le retribuzioni delle quali non v’è traccia.

Hai bisogno di una domestica che ti aiuti nelle pulizie di casa, ma non hai la possibilità di assumerla; così hai deciso di trovarne una che accetti di essere “pagata a ore” senza cioè denuncia all’ufficio del lavoro. Ti fidi della segnalazione di un vicino: nel suo appartamento si reca, tre volte a settimana, una donna molto fidata e precisa che viene retribuita “a nero”. Così, dopo un primo periodo di prova, decidi di instaurare con lei un rapporto fisso ma senza regolare contratto di lavoro. Vi accordate per una paga a ore. Hai mai pensato a cosa potresti rischiare in questi casi? Un’ordinanza della Cassazione di qualche giorno fa [1] fa il punto della situazione e spiega quali sono le conseguenze di una domestica pagata a ore e non messa in regola. 

La domestica non regolarizzata può, in qualsiasi momento del rapporto di lavoro e fino a 5 anni dopo la fine, fare causa al “datore di lavoro” per ottenere il pagamento di tutte le retribuzioni, le ferie e le indennità non corrisposte o che non possono essere dimostrate. Vien da sé che, qualora il pagamento della donna delle pulizie sia sempre avvenuto in contanti, non essendovi traccia di questi mancherà la prova dell’adempimento da parte del datore e questi potrebbe essere condannato a versare una seconda volta tutte le retribuzioni dovute dall’inizio del rapporto di lavoro sino alla chiusura.

Come potrebbe però la domestica “assunta in nero” dimostrare il proprio rapporto di lavoro? Nulla di più facile. Basterebbero le testimonianze delle colleghe dello stesso palazzo con cui ha avuto rapporti o dei familiari che l’hanno accompagnata più volte sul posto di lavoro e, al termine, sono andati a prenderla. Insomma, la prova testimonialepuò supplire all’assenza di un documento scritto che certifichi l’esistenza di un rapporto. Nel caso deciso dalla Corte, la richiesta della domestica è stata rigettata proprio per difetto di prove, ma nulla toglie che le stesse possano essere raggiunte con una maggiore attenzione.

In sintesi, anche in assenza di un “documento scritto” che attesti l’esistenza di un rapporto continuativo di subordinazione, la donna delle pulizie può ugualmente far valere i propri diritti. Il datore dovrebbe farsi sempre firmare delle ricevute, sebbene queste non lo salveranno dalle sanzioni per il lavoro in nero, dal pagamento dei contributi e delle eventuali ferie non corrisposte.

note

[1] Cass. ord. n. 21862/17 del 20.09.2017.

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