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La lettera di licenziamento va firmata dal lavoratore?

Come si comunica il licenziamento e come va inviata la lettera: che succede se il dipendente si rifiuta di collaborare e non firma la raccomandata a mani?

Sul rispetto delle regole in materia di licenziamento è stato detto e scritto ormai molto, sia dai giudici che dai commentatori del diritto e, in gran parte, dagli avvocati che hanno tentato di perorare ora le tesi di un cliente, ora quelle della parte opposta. Si oscilla sempre tra posizioni più formalistiche, a favore quindi del dipendente, ed altre invece più vicine alle posizioni delle aziende. In tutto ciò c’è spesso chi si chiede se la lettera di licenziamento va firmata dal lavoratore: un problema non da poco perché, se si dovesse arrivare a questa conclusione, non raramente si arriverebbe a una situazione di stallo posto il clima conflittuale che, proprio nel momento del licenziamento, si viene a creare tra dipendente e lavoratore.

In questo articolo ci occuperemo proprio di questo: spiegheremo le modalità con cui l’azienda deve inviare la lettera di licenziamento e, soprattutto, se questa deve essere “accettata” dal dipendente o è sufficiente la semplice consegna (a mani, per posta o anche con un messaggino sul cellulare).

Come deve essere la lettera di licenziamento?

Prima di stabilire se la lettera di licenziamento va firmata dal lavoratore ti invito a leggere la guida Come scrivere una lettera di licenziamento. In particolare andiamo a vedere cosa dice la legge a riguardo [1]. Il licenziamento deve:

  • essere comunicato per iscritto, a pena di nullità;
  • contenere i motivi specifici che lo hanno determinato.

Questa regola riguarda qualsiasi tipo di licenziamento: sia quello per ragioni disciplinari (licenziamento per giusta causa), sia quello per ragioni aziendali (licenziamento per giustificato motivo oggettivo). Nel caso poi di licenziamento disciplinare, deve essere rispettato un terzo requisito: il provvedimento deve essere comunicato “tempestivamente”, ossia senza far decorrere troppo tempo dal fatto oggetto di contestazione. Tanto, da un lato, per consentire al dipendente di reperire le prove a propria discolpa e potersi difendere, dall’altro per non ingenerare la convinzione di essere stati “perdonati” dopo diverso tempo dai fatti (diversamente il dipendente sarebbe sempre sotto ricatto del datore).

Non sono previste particolari modalità di comunicazione della lettera di licenziamento. Ad un orientamento ormai storico che vedeva nella tradizionale lettera di licenziamento una condizione imprescindibile per comunicare il recesso dal contratto di lavoro da parte dell’azienda si è ora affiancata una nuova posizione secondo cui la comunicazione può essere inviata anche con mezzi diversi dalla tradizionale carta: ad esempio con l’email (anche non certificata) o addirittura con un messaggio via WhatsApp: l’importante è che vi sia la prova del ricevimento (leggi Licenziamento via WhatsApp). La Cassazione ora ritiene necessario e sufficiente solo che l’atto scritto di licenziamento sia portato a conoscenza del lavoratore, a prescindere dalle modalità di trasmissione dello stesso [2].

Licenziamento comunicato con raccomandata

Proprio per evitare contestazioni, le aziende si sono sempre preoccupate di inviare il licenziamento con una raccomandata a/r. La lettera si presume conosciuta – e pertanto produce tutti i suoi effetti – già nel momento in cui perviene all’indirizzo del lavoratore, a prescindere dal fatto che questi l’abbia ritirata o meno [3]. Se vogliamo rappresentare questo concetto giuridico con un’immagine, basta che il postino squilli alla porta del dipendente per dare al licenziamento la validità di legge. Se anche il destinatario della raccomandata decide di rifiutarne la consegna dal portalettere, né va a ritirarla all’ufficio postale nei 30 giorni successivi (tale è il termine per la giacenza), le cose non cambiano: il licenziamento ha già partorito i propri effetti. L’unica eccezione è se il destinatario riesce a dimostrare di essersi trovato, senza propria colpa, nell’impossibilità di aver potuto ricevere la comunicazione per circostanze eccezionali ed estranee alla sua volontà (si pensi a una improvvisa e grave malattia che lo abbia costretto a un ricovero ospedaliero tenendolo lontano dal luogo di residenza).

Se il lavoratore cambia indirizzo ne deve informare il datore di lavoro con apposita dichiarazione di variazione del domicilio. Se non lo fa, la lettera di licenziamento è valida se effettuata presso l’indirizzo precedente [4].

Se il datore di lavoro decide di utilizzare, come forma di comunicazione del licenziamento, la lettera raccomandata deve dare prova dell’arrivo a destinazione della stessa mediante l’avviso di ricevimento con l’attestazione della compiuta giacenza presso l’ufficio postale [5].

La lettera di licenziamento va firmata dal dipendente?

Veniamo ora al problema di partenza: cerchiamo cioè di comprendere se la lettera di licenziamento va firmata o meno dal dipendente.

Possiamo innanzitutto dire che, se il licenziamento viene comunicato tramite raccomandata, non c’è alcun bisogno che la lettera sia firmata dal lavoratore. Il provvedimento produce infatti i suoi effetti già solo con la consegna al destinatario. Del resto, il licenziamento non è un atto che deve essere approvato dal destinatario ma è una decisione unilaterale che spetta all’azienda (e di cui questa se ne prende anche le relative responsabilità): produce quindi i suoi effetti già nel momento in cui il dipendente ne viene a conoscenza.

Immaginiamo ora che il datore di lavoro, piuttosto che inviare la raccomandata di licenziamento, preferisca consegnare al lavoratore una lettera a mani e che, quindi, per munirsi della prova di avvenuta consegna e ricevimento della stessa, chieda all’interessato di firmare una copia per  accettazione. In questo caso, la lettera di licenziamento va firmata?Il dipendente può rifiutarsi di apporre la propria sottoscrizione al foglio o, addirittura, negarne l’accettazione?

La risposta può sembrare apparentemente contraddittoria. Neanche in questo caso la lettera deve essere firmata. Basta infatti la piena conoscenza, ossia la consegna a mani. Tuttavia qui, a differenza della raccomandata, si pone il problema per il datore di dimostrare la consegna dell’atto in un successivo momento (circostanza che per la raccomandata è garantita dall’avviso di ricevimento). Nulla esclude che il datore possa fornire la prova anche con altri elementi: una prova testimoniale o anche lo stesso comportamento del lavoratore licenziato che, nel termine di legge, ha inviato la lettera di contestazione del licenziamento, con ciò dimostrando tacitamente di averne preso conoscenza.

In sintesi, il rifiuto del lavoratore di ricevere la lettera di licenziamento o anche solo di firmarla non esclude che la comunicazione debba ritenersi avvenuta e produca i suoi effetti. In ogni caso, la Cassazione ha detto che, nel rapporto di lavoro subordinato, il lavoratore è obbligato a ricevere le comunicazioni, anche formali, sul posto di lavoro e durante l’orario di lavoro. Se non lo fa commette una (ulteriore) violazione disciplinare [6].

[1] Art. 2, c. 1 e 2, L. 604/66; art. 1, c. 37, L. 92/2012.

[2] Cass. sent. n. 20106/2014.

[3] Cass. sent. n. 22295/2017.

[4] Cass. sent. n. 22295/2017.

[5] Oppure, in subordine, con mezzi idonei e anche mediante presunzioni, purché gravi, precise e concordanti (Cass. sent. n. 4525/1999).

[6] Cass. sent. n. 7390/2013; n. 23061/2007.

FONTE: https://bit.ly/2wtta1s

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