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Cosa succede se non si accetta un trasferimento di lavoro?

Quali sono le implicazioni legali e le possibili conseguenze di rifiutare di lavorare presso la nuova sede a seguito di un trasferimento ritenuto illegittimo. 

Il dipendente deve obbedienza e fedeltà al datore di lavoro. Quest’obbligo, imposto dal codice civile, esige che, anche in presenza di un ordine di servizio ritenuto illegittimo, il dipendente debba eseguire la propria prestazione agendo nel contempo in giudizio per far accertare i propri diritti. Solo il giudice, in buona sostanza, può rimuovere il provvedimento del datore.

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Tra le ipotesi più frequenti di diniego della prestazione lavorativa vi è il rifiuto di un trasferimento ritenuto illegittimo. 

In questo articolo, esamineremo il quadro giuridico italiano e la giurisprudenza per capire cosa succede quando un lavoratore decide di non accettare un trasferimento e quali azioni può intraprendere.

Il quadro giuridico e la giurisprudenza in materia di rifiuto del trasferimento

L’articolo 1460 del Codice civile stabilisce che un lavoratore non può rifiutare automaticamente di eseguire la prestazione lavorativa in caso di inadempimento del datore di lavoro. La Corte di Cassazione ha emesso diverse sentenze che hanno affrontato il tema del rifiuto del trasferimento, evidenziando come il dipendente non possa interrompere la prestazione lavorativa ma debba tutt’al più rivolgersi al tribunale per far accertare l’illegittimità dell’ordine del datore di lavoro. Spetterà poi al giudice valutare le esigenze delle parti e la buona fede del lavoratore nel rifiutare di adempiere alla propria obbligazione. 

Dunque il principio cardine è il seguente: giammai il dipendente può rifiutarsi di lavorare a meno che si sia in presenza di un ordine del datore palesemente illegittimo, tanto da mettere a repentaglio interessi fondamentali del lavoratore come la sicurezza, la salute, il diritto al domicilio e così via.

Poniamo il caso di Tizio, un dipendente di un’azienda, che viene trasferito in un’altra sede. Tizio ritiene che il trasferimento sia ingiusto e decide di non accettarlo. Secondo la giurisprudenza italiana, Tizio non può rifiutare aprioristicamente di eseguire la prestazione lavorativa richiesta senza un eventuale avallo giudiziario. Quindi Tizio dovrebbe continuare la prestazione e, nel contempo, agire in giudizio contro l’azienda per ottenere l’annullamento dell’ordine di servizio.

Il trasferimento è contestabile, ma il servizio deve continuare

La Cassazione ha espresso orientamenti non del tutto uniformi sul tema del rifiuto del trasferimento. Pertanto, è consigliabile valutare attentamente la situazione prima di adottare provvedimenti espulsivi, considerando sia un’eventuale inadempimento del datore sia il limite della buona fede nella condotta del lavoratore.

Il principio generale sposato dalla Cassazione è tuttavia il seguente: il dipendente non può decidere autonomamente quale ordine sia legittimo eseguire e quale no, in assenza di una adeguata verifica giudiziale. Salvo eccezioni, il lavoratore è tenuto a seguire le disposizioni impartite dal datore di lavoro.

Se un lavoratore ritiene che un trasferimento sia illegittimo, può chiedere al tribunale l’accertamento della validità del provvedimento. Tuttavia, il servizio deve continuare fino a quando non sia stata emessa una decisione giudiziaria.

Supponiamo che Caia, un’altra dipendente dell’azienda, venga trasferita in una sede lontana da casa sua. Caia ritiene che il trasferimento sia ingiusto e decide di contestarlo. Caia può chiedere l’accertamento giudiziale della legittimità del trasferimento, ma nel frattempo è tenuta a eseguire la prestazione lavorativa richiesta, fino a quando non sia stata emessa una decisione giudiziaria.

Quando il rifiuto di lavorare è legittimo

La Cassazione ritiene che il rifiuto del dipendente di prendere servizio presso la nuova sede, a seguito di trasferimento ritenuto illegittimo, sussiste solo laddove l’inadempimento del datore è talmente grave da ledere la buona fede o gli interessi primari del dipendente. Si pensi al caso di chi sia disabile e non possa trasferirsi o abbia difficoltà a raggiungere la nuova sede o a chi presti assistenza a un familiare disabile titolare dei benefici della legge 104.

In ogni caso il rifiuto al trasferimento va motivato e tale motivazione deve risiedere in una giusta causa.

Le possibili conseguenze del rifiuto del trasferimento

Il rifiuto ingiustificato di un trasferimento può portare a diverse conseguenze per il lavoratore, tra cui l’apertura di un procedimento disciplinare o, nei casi più gravi, il licenziamento per giusta causa. Tuttavia, la valutazione di tali conseguenze spetta al giudice, che deve considerare le esigenze delle parti e la buona fede del lavoratore nel rifiutare di adempiere alla propria obbligazione.

Consigli per il lavoratore che intende contestare un trasferimento

Se un lavoratore intende contestare un trasferimento, è importante seguire alcuni passaggi:

  • valutare attentamente le ragioni del trasferimento e la propria situazione lavorativa;
  • consultare un avvocato o un sindacato per ricevere assistenza e orientamento sulle azioni da intraprendere;
  • rivolgersi al tribunale con un atto di ricorso contro l’azienda e chiedere l’accertamento giudiziale della legittimità del trasferimento, se ritenuto necessario;
  • continuare ad eseguire la prestazione lavorativa richiesta fino a quando non sia stata emessa una decisione giudiziaria.

In tema di licenziamento disciplinare, qualora il comportamento addebitato al lavoratore, consistente nel rifiuto di rendere la prestazione secondo determinate modalità, sia giustificato dall’accertata illegittimità dell’ordine datoriale e dia luogo pertanto a una legittima eccezione di inadempimento, il fatto contestato deve ritenersi insussistente perché privo del carattere dell’illiceità, con conseguente applicazione della tutela reintegratoria attenuata, prevista dalla legge 300/1970, art. 18, comma 4, modificato dalla legge 92/2012.

Rifiuto del trasferimento: giurisprudenza 

Cassazione, ordinanza 26197 del 6 settembre 2022

Anche qualora si ritenga che il trasferimento del lavoratore sia stato disposto in violazione all’articolo 2103 del Codice civile, l’inadempimento datoriale non legittima in via automatica il rifiuto del lavoratore di eseguire la prestazione. Trova infatti applicazione il disposto dell’articolo 1460 del Codice civile, secondo il quale la parte adempiente potrà rifiutarsi di eseguire la prestazione a proprio carico solo ove tale rifiuto risulti non contrario a buona fede e correttezza.

Cassazione, ordinanza 4404 del 10 febbraio 2022

Nell’ambito del rapporto di lavoro subordinato, nel caso di trasferimento adottato in violazione dell’articolo 2103 del Codice civile, l’inadempimento datoriale non legittima in via automatica il rifiuto del lavoratore a eseguire la prestazione lavorativa. Perché possa ravvisarsi la proporzionalità con l’inadempimento datoriale, il rifiuto di assumere il servizio presso la sede di lavoro assegnata deve essere accompagnato da una seria, concreta ed effettiva disponibilità a prestare servizio presso la sede originaria.

Corte d’Appello Roma, sentenza 712 del 23 febbraio 2021

Il provvedimento del datore di lavoro di trasferimento di sede di un lavoratore, che non sia adeguatamente giustificato a norma dell’articolo 2103 del Codice civile e che non rispetti le obbligazioni assunte in sede sindacale, determina la nullità dello stesso e integra un inadempimento parziale del contratto di lavoro: la mancata ottemperanza allo stesso provvedimento da parte del lavoratore trova giustificazione sia quale attuazione di un’eccezione di inadempimento, sia sulla base del rilievo che gli atti nulli non producono effetti.

Cassazione, ord. 28923 del 19 ottobre 2021

FONTE: https://shortest.link/maQa

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